Chiesa di Santa Maria del Carmine scarica la scheda
 
Il primitivo nucleo della chiesa fu edificato nella seconda metà del ‘300 per volere dei frati Carmelitani dell’Antica Osservanza. I lavori per la costruzione dell’attuale edificio, iniziati nel 1429, proseguirono piuttosto a rilento. Tra il 1475 e il 1478 la chiesa venne allungata di circa quindici metri verso sud grazie alla demolizione dell'originaria facciata, che fu interamente ricostruita, non distanziandosi però dallo stile che già caratterizzava la struttura precedente (si ha ancora l'utilizzo di pinnacoli). Tra fine ‘400 e inizi ‘500 vennero costruiti i tre chiostri del convento. Nonostante le profonde modifiche effettuate nel XVI e XVII secolo (quando si ridussero a tutto sesto le arcate e le volte che erano a sesto acuto, si murarono le grandi finestre oblunghe conservandole solo nell’ultima campata e si dipinsero le colonne e la navata centrale) il Carmine resta un importante esempio dell’architettura gotica bresciana del ‘400 ed è la chiesa del grande trionfo del cotto, evidente influsso della cultura padana. L’esterno, volutamente privo di elementi decorativi, esprime il richiamo ai valori della sobrietà e dell’austerità di un Ordine mendicante come quello dei Carmelitani. L’imponente facciata, coronata al centro da una copertura a capanna con i lati a spiovente, è caratterizzata da linee verticali accentuate dalle finestre oblunghe e dalle alte lesene su cui si innalzano i pinnacoli. L’ampio ingresso della chiesa è costituito da due portoni divisi da una colonna al centro e delimitato da una leggera strombatura con una serie di colonnine tortili e motivi gotici; il pilastrino centrale che separa i portali è di ordine corinzio ed è decorato sul fusto da una candelabra rinascimentale. Nella lunetta del portale, sovrastata da un arco a tutto sesto, si trova un’Annunciazione gravemente compromessa, affresco attribuito a Floriano Ferramola. L’interno, rimaneggiato nel primo ‘600, è diviso in tre ampie navate: quella di destra è dotata di sei cappelle, l’opposta di altrettanti altari; sei colonne coronate da semplici capitelli scolpiti reggono archi a pieno centro sui quali gravano la volta maggiore a botte e le minori a crociera. Gli affreschi del XVII secolo di Tommaso Sandrini, Antonio e Bernardino Gandino, Camillo Rama e Giacomo Barucco, con i loro effetti prospettici e le finte architetture, contribuiscono a creare un effetto di maestosa solennità. Elemento artistico notevole è la cappella Averoldi (terza a destra), decorata da un importante ciclo di affreschi di Vincenzo Foppa, autore della Crocifissione sulla parete di fondo e degli Evangelisti nelle vele della volta (1475). Nella cappella di fondo della navata destra, oggi adibita a sagrestia, sono visibili lacerti di affreschi di scuola bresciana (prima metà ‘400). Nell’abside dietro l’altare barocco, in una fastosa cornice dorata, è l’Annunciazione del fiammingo Pietro de Witte, detto Candido (1595) sormontata da una tela attribuita al bresciano Grazio Cossali raffigurante la Vergine col Bambino (1615-20). Il coro, affrescato da Domenico Bruni (finte architetture), Gandino (l’Assunta) e Ottavio Amigoni (pareti), ospita sessantacinque seggi in legno del XV secolo con pannelli intarsiati alla certosina. L’organo fu costruito dagli Antegnati intorno al 1676. Nella cappella di fondo della navata sinistra è conservata una Deposizione in terracotta policroma, opera di grande realismo drammatico. L’altare monumentale dedicato alla Beata Vergine (quarto a sinistra) è opera settecentesca di Giovan Maria Morlaiter. Il primo altare di sinistra ospita L'arcangelo Michele che scaccia gli angeli ribelli di Jacopo Palma il Giovane; le statue dei SS. Faustino e Giovita ai lati dell’altare sono di Antonio Carra.

Il Compianto sul Cristo morto, fine XV-inizi XVI sec.
Opera in terracotta policroma
Chiesa di S.Maria del Carmine, Cappella De Rosis in capo alla navata sinistra

Il Compianto si compone di dieci figure a grandezza naturale o di poco superiore al vero, due in più delle canoniche otto solitamente attestate nei “mortori”: sono state aggiunte le figure di una Maria e di un personaggio maschile inginocchiato. L’opera è caratterizzata da un forte realismo e da una tragica intensità espressiva. L’impostazione iconografica è quella tradizionale, con il Cristo morto in primo piano e i dolenti attorno. Tre Marie sostengono la Vergine svenuta, San Giovanni Evangelista esterna il proprio dolore con gesti teatrali, la Maddalena corre urlando verso Cristo; più composte sono le figure di Giuseppe d’Arimatea e dell’anziano Nicodemo, seduto su uno scranno. La decima figura è identificabile in quella di un committente: il giovane uomo porta capelli lunghi fino alle spalle ed indossa abiti tipici del ‘500. Non si conoscono né il modo né il tempo in cui questo gruppo scultoreo sia giunto nella Chiesa del Carmine, anche se è probabile che provenga da un altro luogo sempre all’interno della chiesa stessa. L’ultimo restauro effettuato sull’opera (1987-1991) ha permesso il recupero di parte dell’originale cromia. Un nome ripreso con una certa insistenza per la paternità del gruppo è quello di Guido Mazzoni (Modena 1450 ca-1518), noto plasticatore di gruppi scultorei dai tratti popolari, carichi di pathos e di immediatezza espressiva. Di altro avviso sono diversi critici che, pur non negando la presenza di echi dell’arte mazzoniana, propongono come autore un anonimo maestro molto vicino alla cultura emiliana. In un recente contributo Stefania Buganza colloca il maestro del Compianto nel contesto lombardo, in particolar modo bresciano, di inizio ‘500: era un artista di notevole levatura e sperimentalismo che conosceva in modo approfondito la contemporanea produzione lombarda ed emiliana in terracotta (Mazzoni e Agostino de Fondulis); nel suo linguaggio si trovano assonanze con la scultura in legno dei De Donati (operanti in Lombardia tra ‘400 e ‘500), con le statue di Pietro Bussolo (area bresciana) e con la contemporanea scultura bresciana in marmo (Gasparo Cairano).
 
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